DI CLAUDIO RIILLO
E’ la procura di palmi a riaprire il caso che riguarda la presunta morte di Maria Concetta Cacciola avvenuta il 20 agosto dello scorso anno. Le indagini svolte degli inquirenti, portano ad una verità sconcertante già emersa dalle intercettazioni della Cacciola con amici e famigliari; sembra proprio che ad istigare il suicidio della giovane 31enne, avvenuto tramite l’ingerimento di acido muriatico, siano stati proprio i familiari, che attraverso pressioni di tipo fisico e psicologico indulgevano la giovane a ritirarsi dal programma di protezione al quale la stessa si era sottoposta dopo aver deciso di smettere con i rimorsi che la perseguitavano da tempo.
Infatti a seguito dell’arresto del marito Salvatore Figliuzzi, che attualmente sta scontando 8 anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso (arrestato nel 2002, nell’ambito dell’operazione ‘’Bosco Reale’’), Cetta sembrava aver preso una piega diversa da quella pronosticata dalla famiglia, decidendo di collaborare con le forze dell’ordine del distretto di Rosarno, dove si era recata per il sequestro del motorino del figlio 14enne, decidendo di vuotare il sacco agli agenti dell’arma della provincia di Reggio. Nel farlo continua ripetere più volte agli agenti dell’arma, che se i suoi famigliari lo avessero saputo l’avrebbero uccisa; pare proprio che l’odio principale all’interno della stessa famiglia Cacciola provenisse in particolar modo dal padre, cognato del boss Salvatore Bellocco, e dal fratello, che più volte l’avevano percorsa, facendo passare le violenze per gravi incidenti domestici.
Quello che Maria Concetta aveva deciso di raccontare erano le storie che riguardavano i legami tra le famiglie appartenenti alle ndrine Bellocco e Pesce, che da tempo operavano nella provincia calabra.
Nelle lettere che Cetta scrive alla madre si evince in un primo momento il pentimento per quanto aveva fatto, e secondariamente la volontà di andare avanti, confermata dalla richiesta della giovane di voler rincontrare i propri figli, uniche vittime reali ,secondo il parere della stessa, di quel distacco dalla realtà famigliare che l’aveva portata a collaborare con gli inquirenti e a nascondersi in località segrete del nord Italia.
Quelle della Cacciola, sembrano vere e proprie azioni dettate da un istinto che gli diceva di doversi redimere dagli sbagli commessi in precedenza: un matrimonio imposto all’età di 13, una convivenza forzata che sarà causa di adulterio con un uomo del reggino, la paura per la sorte dei figli amplificata dal fatto che gli stessi continuavano a vivere vicino alla famiglia della giovane, fino ad arrivare a una serie di equivoci mai pronosticati, ma a malincuore accettati, che facevano di Cetta una giovane ragazze senza problemi psichiatrici (infatti pare che non assumesse nessun tipo di psicofarmaci), costretta ad un esilio nel nord Italia per via del programma di protezione al quale era sottoposta.