A TAVOLA ..... ROTONDA CON ROUSSEAU E LISI OVVERO QUANDO I “MORTI” SONO PIÙ VIVI DEI “VIVI”...

Pubblicato il da Carmelo Garofalo

DI PATRIZIA SALVATORE

Che a cinque secoli di distanza, dopo fiumi di inchiostro e innumerevoli “pratiche” educative che dichiarano di ispirarsi ai suoi principi, Rousseau riesca ancora a farsi ascoltare è paradossale. Ed è ancora più paradossale che gli dia voce un pedagogista, come Emanuele Lisi, che da quattro mesi ormai non è più in questo mondo. Il paradosso si scioglie solo se si crede profondamente che le idee quando si fondano sulla ricerca seria ed onesta della verità sopravvivano, più attuali che mai, al di là dello spazio e del tempo. In tal caso anche chi non c’è più, proprio perché è, sempre parla, specie se le sue idee nascono dall’esperienza e su essa ri-flettono per migliorarla. É la tesi sostenuta dalla nuova Presidente dell’Associazione interculturale, multietnica, interreligiosa, laica, politicamente apartitica”Madre Teresa di Calcutta”, fondata da Emanuele Lisi, il cui epitaffio, a memoria di un’esistenza impegnata in tal senso, non a caso, è Amicus Plato sed magis amica veritas.

I membri di quest’Associazione, che ha come scopo precipuo di “promuovere la qualità della vita, sul piano fisico, psichico e spirituale dal concepimento, nel grembo materno-paterno, sino alla fine della vita nel tempo”, ed altri “soggetti di varia umanità” interessati alle problematiche pedagogiche, l’1 luglio u.s.,alle h.18, al Ristorante Sans Souci, hanno dato vita ad un’interessante tavola rotonda per discutere un tema divenuto emergente: “Il problema dell’educazione oggi. Idee ed esperienze”. Il dibattito era riccamente nutrito dalla lettura di un testo, edito per la prima volta nel 1965, “Autonomia dell’infanzia ed unità axiologica del processo educativo”, scritto da Lisi con la pretesa, come riassume il sottotitolo, rivelatasi, invero, una promessa mantenuta, di interpretare “Rousseau secondo Rousseau”. Poiché porsi in ascolto degli autori facendoli parlare senza sovrapporvi “il proprio abituale percorso di pensiero”, che genererebbe inevitabilmente interpretazioni tendenziose, è prerogativa che solo i grandi, non senza sforzo, si impegnano a realizzare. Lisi era tra questi, perché umilmente si riteneva un nano, che sapeva di poter meglio vedere la luce dell’essere solo ponendosi sulle spalle dei giganti della storia della cultura, da Kant ad Hegel alla Montessori a Bergson, a Maritain.

La vivace discussione, che continuerà anche nei prossimi mesi, si è incentrata sulla necessità, per educare pensosamente, di “riconoscere e rispettare l’autonomia dell’infanzia, cioè l’infanzia nelle sue leggi e nei suoi fini” non certamente considerandola “come una fase della vita umana fine a se stessa”, bensì «sempre aperta, perché ha in sé, oltre al fine e alla perfezione propri, pure il fine, la perfezione di tutto il processo educativo, il valore della persona umana, in quanto racchiude in sé le condizioni basilari, i germi dello sviluppo integrale della “natura” intrinseca dell’uomo, che si realizza, precipuamente, nell’arco dell’età evolutiva ma ancora e sempre durante il corso di tutta la vita». É vero, infatti, che l’infanzia è sì autonoma, ma non indipendente. Anzi, «è da vedere iscritta nell’unità del processo educativo di cui costituisce il fondamento generale, in quanto ha già in sé, e sia pure per modum sui, il patrimonio di valori comune a tutte le età della vita umana». In questo senso il fanciullo è “padre dell’uomo” e osservarlo «senza fretta e impazienza alcuna è l’unico modo serio di condurre lo “studio dell’uomo originale, dei suoi veri bisogni, e dei principii fondamentali dei suoi doveri [...], delle sue facoltà naturali e dei loro sviluppi successivi”: che è quanto dire di cercare di conoscere l’uomo ideale, l’uomo quale è chiamato ad essere, il dover essere dell’uomo, la cui promozione è il processo educativo e nella cui realizzazione consiste il fine dell’educazione». “Perdere tempo”, che, di fatto, significa averlo guadagnato, è il monito che ogni educatore dovrebbe concretamente tenere presente, perché per formare uomini saggi bisogna prima aver formato veri “birichini”. Una lezione attualissima in un momento in cui precocità, astrattismo e perbenismo caratterizzano il nostro stile di vita sociale e i fanciulli, sempre più abbandonati a se stessi, rischiano gravemente di bruciarsi in esperienze che non sono in grado di gestire in modo maturo, proprio perché hanno avuto la fretta scriteriata di anticiparle. Ma quale il metodo che è possibile ancora proporre dunque, quando, proprio oggi, illudendosi di conoscere sin troppo Rousseau, per avere già messo al centro il fanciullo, cosa che si è fatta in vero solo narcisisticamente, sembrerebbe non esservi alcuna via d’uscita dall’attuale tunnel del disagio giovanile? Alla luce dei criteri rousseauiani esplicitati da Lisi, i partecipanti all’incontro si sono ritrovati a dover riconoscere, innanzitutto, che un’educazione che sia “conveniente all’uomo e ben adattata al cuore umano deve impiantarsi e svolgersi secondo la natura propria dell’uomo”. Una natura da intendersi, come evidenzia la stessa radice etimologica (naturus-a-um: “che-è-sempre-sul-punto-di-nascere”), non in senso fisso e statico, ma creativamente dinamico. A tal fine “occorre anche l’opera degli uomini e l’esperienza sulle cose”. Solo colui, “nel quale tali insegnamenti cadono tutti sugli stessi punti e tendono ai medesimi fini” è il solo che “viva coerente a se stesso. Quegli solo è educato bene”. Centrale diventa, dunque, il problema del metodo. “La prima educazione deve essere puramente negativa. Essa consiste, non già nell’insegnare la virtù e la verità, ma nel garantire il cuore dal vizio e la mente dall’errore”. Il che significa, come chiarisce Lisi, si notava, che essa «esige il non fare, l’assenza dell’educatore. Se per fare s’intende “insegnare la virtù e la verità”, dare moralisticamente precetti e nozioni, pretendendo di anticipare i tempi dello sviluppo spontaneo ed ordinato della “natura” interna del fanciullo con azioni esterne, che non possono non risultare forzatrici e però deformatrici della sua libera interiorità». Ma la stessa educazione negativa sul piano dell’apparire, esige, sul piano dell’essere «il fare, la presenza e l’azione dell’educatore, se per fare s’intende “sollecitare a trovare i precetti e le nozioni, far pervenire alla virtù e alla verità, vivendole e facendo che siano vissute, testimoniandole e facendo che siano testimoniate, nell’ambiente del fanciullo». In ultima analisi, il significato di fare e non fare si coglie nella loro sintesi dialettica, che dà per risultato il “fare indirettamente”.

Se tra gli intervenuti qualcuno avesse sperato di trovarvi “ricette” preconfezionate sul come educare i propri figli, o i propri allievi, sarebbe stato del tutto deluso. Perché il come, si è detto, va sempre ricercato, ovvero creativamente in-ventato, in situazione. Non alla cieca, improvvisando. Ma alla luce di criteri regolativi da individuare nella stessa natura dell’educando, che, comune a quella dell’educatore, è l’unica via maestra da seguire, l’unica bussola con cui orientarsi. Magister intus docet foras monet.

Così come deluso sarebbe rimasto chi, costatando le notevoli difficoltà oggettive che si incontrano a tutti i livelli nel mettere in atto l’azione educativa, avesse voluto, come normalmente si fa, spostare il peso delle responsabilità dal piano singolare di ciascuno, che in vero è sempre il solo decisivo, a quello anonimo dell’ambiente esterno. Lo stesso Rousseau, la Presidente ha fatto notare, era ben consapevole che in tema di educazione, che non è di certo “una impresa facile”, per usare un eufemismo, quel che si può realisticamente, tutt’al più, “fare a forza di cure è di avvicinarsi più o meno alla meta”. Ma certo è che, individuato lo scopo e perseguitolo con onestà, ovvero consapevoli dei propri limiti, ma al tempo stesso delle proprie interiori risorse all’infinito, già “colui il quale si avvicinerà di più, riuscirà meglio”. E non è affatto poco, considerato che di solito neanche ci si prova ad intraprendere l’arduo cammino e spesso ci si ferma a metà strada! Questa l’unica costante in mezzo a tante variabili imponderabili. Non solo. Questa la vera difficoltà, perché comporta pagare di persona, al di là di tutte le contingenti pressioni socio-ambientali, che, spesso, sono strumentalizzate a divenire alibi di comodo rispetto al proprio disimpegno. Ma è anche l’unica cosa seria che ciascuno, pur condizionato ma non determinato, può, se lo vuole concretamente, non senza sacrificio, realizzare.

Da qui il dovere di un’azione permanentemente autocritica di coscientizzazione che, partendo innanzi tutto da se stessi, s’impegni a smascherare tutte le mistificazioni ideologiche in cui ci si chiude, quando per pigrizia, vittime più o meno inconsapevoli di stili educativi non sempre equilibrati, si preferisce difendere presuntuosamente comportamenti abitudinari e meccanici, che rivelano un’inadeguata presenza educativa. Perché se è vero che le massime dell’educazione proposte da Rousseau e messe in luce da Lisi, “sono di un’evidenza tale, che ogni uomo ragionevole può difficilmente rifiutare loro il suo consenso”, sono però, ahimè, decisamente “contrarie a quelle praticate” comunemente, proprio da parte, spesso, dei più informati, che, presumendo di conoscerli, ma non testimoniandoli di persona con lacrime e sangue, preferiscono illudersi superficialmente, per quietarsi la coscienza, che occorra predicare precettisticamente. Eppure, educare responsabilmente l’altro significa permanentemente, umilmente, autoeducarsi, ovvero appropriarsi creativamente della disposizione originaria al bene facendo violenza a quella radicale tendenza al male presente, anch’essa, nella stessa natura umana.

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