IN OCCIDENTE CI SI VERGOGNI DELLO SPETTACOLO BARBARICO LIBICO

Pubblicato il da Carmelo Garofalo

DI CARMELO GAROFALO

 

In Italia tutti d’accordo: “mai festeggiare la morte di un uomo” intitola la Gazzetta del Sud. Anche se il morto è Gheddafi. Tiranno, despota, criminale responsabile di delitti contro l’umanità (ed in Siria, nello Yemen, negli Stati Unit5i, dove tutt’ora è in vigore la pena di morte? Ed in Iran?...) che teneva con gli italiani un rapporto amore-odio come scrive La Sicilia – un amore-odio che negli anni settanta per la Sicilia era un “folle amore” espresso con “ambasciatore d’Amicizia” l’avvocato catanese Michele Papa che, nel corso della presentazione del libro verde di Gheddafi all’albergo Capo Taormina mi fece incontrare con il Ministro della Pubblica Istruzione il quale, a nome del leader libico, mi offriva, lautamente retribuito, di recarmi nel suo Paese per organizzare e dirigere l’istruzione e la formazione professionale.

Ho ringraziato e mi sono disancorato, mentre altri che gli si prostravano imploranti incarichi ed affari oggi si uniscono al coro di quella parte di questa arida società che inneggia alla morte dello sceicco…

Assassinato a sangue freddo. Ed il deputato di Popolo e Territorio, Giancarlo Lehner annota che “manca solo Piazzale Loreto, per completare lo spettacolo barbarico di una guerra libica di cui noi occidentali dovremmo vergognarci”. Già ma siam pochi a vergognarcene (se perfino “famiglia cristiana” che vive con i soldi dei cattolici italiani, si diverte affiancandosi al Masaniello Di Pietro, ad ironizzare sul commento berlusconiano “sic transit gloria mundi”).

Gheddafi è morto nella città dove era nato, in una tenda di pelli di capra, preso vivo, mentre i ribelli, appoggiati da massicci bombardamenti degli aerei della NATO, sferravano l’ultimo attacco alla roccaforte sirtica.

Non fuggiva, come maliziosamente vorrebbero far apparire, il “beduino orgoglioso” (come intitola La Sicilia) , che “amava la sua Sirte e la sua terra”.

Ora i paladini della democrazia occidentale, che avevano promesso la pace nel mondo e che si trovano impelagati, per oscuri interessi, dieci volte più di prima della Seconda Guerra Mondiale, in un ginepraio di sanguinosi conflitti, di guerre civili, di crimini contro l’umanità, attendono dalla Libia alla prova del fuoco della democrazia.

Che Allah illumini le menti ed i cuori dei nuovi governanti della Libia.

Ma l’alba della “primavera araba” è nebulosamente ingrigita dalle violenze vendicative di rivoltosi dalle cui prossime avventure, sia il Signore Gesù Cristo a salvare l’Occidente e l’Italia soprattutto, che della Libia è la dirimpettaia.

Occorre che i governanti abbandonino i loro istinti bellici e promuovano la pace nel mondo suscitando amore fra i popoli, perché senza l’amore v’è l’odio, dove vi è odio vi è guerra e vi è morte.

E risuoni nelle loro coscienze l’atroce denuncia del venezuelano Chavez: “UE  e USA incendiano il mondo”.

Dai colli sacri di Roma eterna alla Statua della Libertà di New York, lungo le rive del Tamigi e della Senna, civiltà d’Occidente è questa la tua civiltà?

“la guerra oltraggia la dignità umana” ha ammonito Sua Santità Benedetto XVI.

E non risolve i problemi, come si evince dalle preoccupazioni per il post Gheddafi. v’è chi teme addirittura il caos, islamici e laici, nazionalisti ed ex amici del Rais, si contenderanno il potere sul quale incombe lo spettro di Al Qaeda e della reazione delle tribù che hanno proclamato Saif al Isalam, il primogenito erede e successore di Gheddafi, capo della “guerra di liberazione” contro la NATO, della quale fa parte l’Italia con all’avanguardia la Sicilia dirimpettaia della Libia.

Per avviare il Paese alla normalità occorre un coagulo di forze sane, capace di imporsi sull’agglomerato di tribù in cerca di un leader.

Per un Governo che sappia assemblare in un clima di pace costruttiva e riesca a far capire che agli occhi della comunità internazionale la “primavera araba” in Libia è stata macchiata dai tristi eventi afferenti alle modalità di uccisione di Gheddafi, giustiziato dai ribelli e linciato, vilipeso, stuprato con un legno, dopo essere stato catturato.

La Russia, gli USA, atri Paesi vogliono ora vederci chiaro ma sarà certo difficile che si storicizzi il crimine commesso in nome della lotta al crimine.

Il Ministro della Difesa britannico Philip Hammond, in un’intervista alla BBC, nel sottolineare tanto, auspica che si condanni lo scempio.

E vi è che accoratamente annota che è stato proprio lo scempio di piazzale Loreto, dopo il 25 luglio 1945, a far tristemente scuola.

Non è così chi si tengono a battesimo le democrazie, perché nascono  male e non riescono a maturare.

Né si aiutano le nascenti democrazie agitando come trofei di caccia le orrende foto trasmesse dalle televisioni italiane sulla fine del Rais.

Avvenire scrive che “la TV italiana ha perso la sua guerra di Libia”, ed invita a fermare lo scempio di una trasmissione che incuriosisce e fa pubblico ma, non è diritto di cronaca né giornalismo. È miseria umana che agli italiani ricorda l’indecoroso spettacolo di piazza Loreto, allora condannato da tutto il mondo civile ed ai siciliani il brutale agguato alle donne, bambine ed anziane, “marocchinate” dalle “eroiche” truppe al seguito delle armate anglo-americane che sventolavano ipocriti vessilli di liberazione.

 

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