LA CASTA SICILIANA TREMA, MA L’AUTONOMIA VÀ SALVATA

Pubblicato il da Carmelo Garofalo

DI CARMELO GAROFALO

 

 

La casta siciliana trema. Ne ha ragione. Quel che si legge sui giornali, alcuni dei quali pur abbondantemente innaffiati in questi ultimi anni di pubblicità istituzionale, è fonte alimentatrice di quel disgusto dei siciliani a un certo modo di fare politica. Senza arrivare, almeno fino a questo momento, alle rivolte sociali  dei Paesi arabi ed africani e della stessa Londra, proprio nei giorni scorsi, si avverte sempre più il disgusto e l’indignazione degli elettori.

Il nostro giornale, che non gode alcun sostegno pubblico, perché vi abbiamo rinunciato per essere sempre più un giornale libero ed indipendente, non è da oggi che lancia ai politici responsabili segnali di allerta. Siamo rimasti inascoltati, disattesi, siamo stati, soprattutto, avversati pesantemente nella speranza di farci tacere. Non ci sono riusciti, non riusciranno ed alle prossime elezioni, che non tarderanno, quanti hanno operato contro di noi sentiranno il peso della nostra sia pur modesta presenza.

Intanto, come da qualche anno facciamo, proseguiamo in una diligente rassegna stampa che è l’amaro calice che offriamo al governatore Raffaele Lombardo. Un uomo che abbiamo stimato, che abbiamo aiutato, che è rimasto intrappolato in una gabbia nella quale lo hanno rinchiuso falsi amici e poco diligenti collaboratori alienandogli quelle simpatie che sono il pane quotidiano dell’uomo politico; è proprio in questo rovente agosto che lasciamo alle nostre spalle che i giornali, soprattutto la Repubblica, evidenziano il nervosismo della casta siciliana per i rischi cui va incontro.

Lo specchietto dell’allodola con il quale si vorrebbe trarre in inganno il popolo che non è più sovrano ma, in Sicilia, commissariato da un Governatore di ferro, con i tagli alla politica va in frantumi. I giochi balbettanti per la riduzione dei seggi a Sala d’Ercole  sono ormai alla fine perché da Roma giunge chiaro il messaggio e da novanta salterebbero a quaranta le poltrone dorate del sontuoso Palazzo Reale. In Sicilia dovrebbero saltare 1.700 poltrone con un risparmio di circa 11.000.000 di euro. Bisogna far presto perché, scrive la Repubblica “senza tagli niente fondi pubblici da Roma”, anche se Armao, che vorrebbe essere l’anti Tremonti annuncia di volere impugnare il provvedimento. Ma sul web esplode la “rivolta popolare sui costi della politica in Sicilia. Nascono gruppi e movimenti e vi è chi pensa a scrivere a Napolitano”.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è sempre più il punto di riferimento di quanti ne apprezzano l’equità, la responsabile, discreta ma determinante presenza nel momento difficile attraversato dall’Italia, ed è a Napolitano che i siciliani guardano con fiducia perché alla Sicilia siano restituite dignità e immagine perché, così come oggi (è sempre La Repubblica a parlarne), “più che uno Statuto è diventato un salvagente per galleggiare nel mare dei privilegi. Alla fine non recepiranno la manovra (come anticipa Armao) e si faranno scudo delle loro prerogative” tenteranno anche di farsi beffa di quelli delle “movimento cinque stelle” di Beppe Grillo che riterrebbero una buffonata non recepire una legge nazionale e, quindi, Riccardo Nuti si propone di raccogliere firme per chiedere la rendicontazione di tutte le spese dell’Ars, ridurre l’indennità lorda a 6.000 euro e calcolare le spese dei trasporti partendo dai consumi di un auto di piccola cilindrata”.

Vi sono poi gli “indignati” di Palermo il cui esponente Alessandro Bruno ricorda che “la media europea è di 4.000 euro, si va dalla Svizzera dove l’ attività politica non è retribuita (“ed in Italia prima della guerra non era così?”)  alla Germania dove l’indennità media si aggira appunto sui 4.000 euro”.

Ma quel che è più grave è che il comportamento di questi politici che negli ultimi tempi hanno sempre più visibilmente disdegnato ogni contatto perfino con i media non amici, è che a farne le spese è proprio l’Autonomia  conquistata nel lontano 1946 da personalità di alto profilo politico e morale, tanto che, a sua volta Carmelo Di Cesaro di “Fascio e Martello” pur ritenendo giusto che i politici di oggi percepiscano uno stipendio ma rinuncino in parte alle indennità e la finiscano, soprattutto, di “usare lo Statuto  per eludere i problemi, l’Autonomia ci ha danneggiato, almeno per come l’abbiano intesa”.

Sempre su La Repubblica è di particolare interesse l’editoriale di Enrico Del Mercato che recepisce pienamente il pensiero della gente comune. In “quei privilegi travestiti d’Autonomia”, Del Mercato paventa che “i tagli ai costi della politica che Tremonti ha varato per provare a rassicurare i mercati rischiano di fermarsi davanti allo Stretto di Messina, tenendo a riparo dalle ristrettezze della dieta i deputati dello stato libero di Sicilia” ma “stavolta lo scudo dello Statuto non basterà a difendere i 90 deputati regionali”.

Le rivolte non sono sempre violente ed intrise di sangue e di orrori. Vi sono, lo insegna la storia, rivolte morali, ben più storicamente determinanti e stavolta crediamo proprio che si sia alla fine della lunghissima stagione di privilegi da diritti autonomistici.

Che, in questi ultimi tempi, s’erano gonfiati come le rane esopiane. Eppure la classe politica che ha dato vita all’Autonomia e che l’ha gestita prestigiosamente per decenni ha goduto sempre della credibilità popolare, dal mitico Alessi allo stesso Cuffaro, l’uomo più votato dal popolo di Sicilia, fuori oggi per un incidente di percorso che non comprende l’ignominia di intrallazzi economici e dell’arroganza di potere. L’Assemblea Regionale Siciliana ha avuto momenti di splendore e di grandezza, con politici di alto profilo morale ed istituzionale, che si mescolavano quotidianamente con la gente comune, autorevoli onorevoli personaggi, e tra essi ricordiamo, e ci si perdonino le omissioni: Andò, Bonfiglio, Cadili,  Castiglia, Campione, Corrao, D’Acquisto,  D’Alcontres, D’Alia, D’Angelo, Davoli, De Pasquale, Fasino, Germanà, La Loggia, Leanza, Franco Martino, Marullo,Merlino, Milazzo, Natoli, Nicolosi, Ojeni, Ordile, Pettini, Santalco, e lo stesso Cardillo, messo fuori gioco, con accuse poi risultate infondate, dai primi giovani turchi parlamentari. L’Autonomia, quindi, va salvata e restituita all’antico fastigio.

 

 

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