LA FESTA DELLA DONNA IN CHIAVE EUROPEA
DI LIVIA SATULLO
L’8 marzo si festeggia la donna. Sembrerebbe quasi anacronistico festeggiare la donna nel 2011 eppure ancora oggi la discriminazione di genere sopravvive inossidabile.
Lo testimonia, in occasione della festa della donna, il report pubblicato dalla Commissione Europea basato su una serie di indicatori Eurostat che si riferiscono alla condizione del sesso femminile nel mondo del lavoro. Il report è stato presentato e discusso in occasione del Consiglio EPSCO (Occupazione, Politiche Sociali, Salute e Consumatori). Il ministro del Lavoro e della Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, presente a Bruxelles per l’occasione ha poi commentato in conferenza stampa i risultati rilevati.
La lettura dei dati forniti dall’Eurostat dipinge un quadro se non desolante ad ogni modo parecchio deludente. Ancora lunga si rivela infatti, alla luce dei dati raccolti, la strada da compiere per raggiungere l’uguaglianza di genere.
L’Italia, come da tradizione, si inserisce in coda a quasi tutte le classifiche. Non può negarlo il ministro Sacconi che ricorda come il nostro paese sia sempre stato per cultura, una terra poco propensa alla promozione delle donne nell’ambito del lavoro. Egli ha tuttavia ricordato come grazie già alle leggi Treu e Biagi sia stata possibile un’impennata del tasso di occupazione femminile, tradizionalmente bassissimo di ben 9 punti tra il 1997 ed il 2007. Ha inoltre sottolineato come, dallo stesso report l’Italia risulti la nazione in cui il divario tra salari femminili e maschili sia di gran lunga il minore in Europa. Nonostante quanto sostenuto dal Ministro tuttavia, relativamente al primo punto si rileva che l’Italia tra il 2004 e il 2009 è tra le nazioni che meno ha diminuito il gap relativo al livello di occupazione tra uomo e donna (si è infatti passati da un gap del 28,7 al 26,4% mentre altri paesi, come la Spagna l’ha abbassato di ben 11,2 punti percentuali, dal 29,5% al 18,3%). Relativamente al secondo punto, si rileva, invece, che i dati indicati sono in parte distorti in quanto non tengono conto di elementi come gli straordinari e sono comunque per lo più fondati su dati relativi al lavoro dipendente.
Ancora: solo il 5% degli organi decisori più importanti sono rappresentati da donne, inutile precisare che al nostro livello sono solo le donne lussemburghesi (4%), portoghesi (5%) e maltesi (2%), cipriote (4%). Così come siamo sotto la media europea rispetto alla presenza nel governo e nei parlamenti nazionali. In questa media sarebbe anche doveroso rilevare che vengono considerati una decina di paesi dell’Est che dovrebbero, a rigore, avere evidentemente più problemi nell’assicurare pari accesso al mondo del lavoro per le donne. Inoltre i lavoratori part-time sono prevalentemente donne e soprattutto si nota come la nascita di uno o più figli sia inversamente proporzionale ai livelli di occupazione femminile, mentre la tendenza maschile è opposta: in sostanza nelle famiglie con più figli vi è proporzionalmente un aumento dell’occupazione da parte dell’uomo cui segue la diminuzione di quella della donna.
Di certo la tendenza si sta invertendo, lo dimostrano i dati che affermano una media della disoccupazione femminile nelle fasce giovani di gran lunga maggiore rispetto a quella delle generazioni più anziane.
Tuttavia, il tasso di occupazione femminile italiano col 50% è il più basso d’Europa, secondo solo a Malta. Possiamo forse consolarci, come ha suggerito il Ministro, pensando che le nostre donne hanno un’aspettativa media di vita di 84,22 anni contro il 78.71 degli uomini. Magra consolazione!