LA RIVOLTA DEL “PANE”: E SE SCATTASSE IN ITALIA?
DI CARMELO GAROFALO
A quanti, politici, governanti, portaborse, media di parte, rappresentanti delle istituzioni, si logorano scambievolmente, con cannibalesco cinismo, per avidità di potere, egoismo, odio sociale e cupidigia, è bene si sottolinei quanto sta accadendo in altri Paesi.
La rivolta del “pane” che dilaga dalla Tunisia all’Algeria, alla Giordania.
Uno tsunami che minaccia di travolgere tutto e tutti.
Anche in Italia si accentua il malessere delle masse, costrette a ridurre gli acquisti, anche alimentari, a stringere la cinghia, amaramente consapevoli che in Italia il 10% della popolazione gode di cospicui privilegi, di fastose prebende, di dorati possedimenti morali e materiali.
Il 90%, invece, è stretto e costretto tra le innumerevoli difficoltà economiche, la scarsezza dei servizi sociali, le tempeste dei quotidiani pagamenti di balzelli vari.
Un malessere del quale si sono avuti segnali inquietanti con le manifestazioni dei giovani, all’insegna è vero come protesta per una Legge di Riforma delle Università ma soprattutto diretta a sottolineare il disagio crescente per la mancanza di lavoro e di certezza per il futuro.
Eppure sarebbe facile e virtuoso ridare fiducia al popolo che comincia a innervosirsi.
Deponendo le armi della miserabile arroganza, stringersi in un patto di pacificazione nazionale (effettiva e non sia uno specchietto per l’allodola) avere il coraggio che in Tunisia intelligentemente quel Governo ha avuto: bloccare ogni aumento di prezzi, insomma ritornare al calmiere ed all’equo canone, almeno fino a quando non si riequilibrerà il potere d’acquisto, perduto da salariati, stipendiati e pensionati.
Anche se, tornando a farlo, i politici potranno pagare loro lo scotto, come è avvenuto per i “governanti” tunisini…