TORNA A MESSINA MARIANO RIGILLO INTERPRETE DI "ROMOLO, IL GRANDE"
LO SPETTACOLO DI DURRENMATT IN SCENA AL VITTORIO EMAUNUELE DAL 13 AL 17 GENNAIO
E’ stato l’ultimo imperatore di Roma: aveva 14 anni quando ascese al trono e 15 quando ne fu deposto.
Era un fantoccio nelle mani del padre generale e dell’invasore barbaro e non ebbe mai alcun vero potere.
Eppure è celebre nei secoli per essere il simbolo della fine dell’Impero Romano d’Occidente.
Nella versione teatrale di Friedrich Dürrenmatt invece questo piccolo uomo insignificante diventa grande e non solamente per una questione d’età.
Il suo Romolo Augusto infatti è un vecchio imperatore che possiede un piano strategico per il suo impero ovvero la sua caduta, la sua fine.
Perché Roma “è morta da un pezzo” e se si deve contare solamente sul denaro di un fabbricante di calzoni per salvare l’impero dai germani, allora non ne vale neppure la pena.
Pagando il personale della casa o i suoi ministri con le foglie d’oro della sua corona, l’ultimo imperatore romano, secondo Dürrenmatt alleva polli ai quali ha affibbiato i nomi degli imperatori del passato e di cui svende i busti che ne adornano il palazzo; si immalinconisce o si esalta a seconda delle soddisfazioni che le sue galline gli danno e la colazione a base di uova, determina il trionfo dell’una o dell’altra.
Nessuna preoccupazione per i germani che si avvicinano alle porte della capitale e che lui in realtà aspetta con trepidazione.
Eppure, nonostante tutto, in quel fuggi fuggi generale è proprio lui il più lucido, il più responsabile; proprio lui, considerato un buffone da tutti è invece il solo ad avere un piano, un disegno strategico che pur prevedendo un’eutanasia di proporzioni “imperiali”, ha preso in considerazione la possibilità che da una tale morte ci possa essere la nascita di un nuovo mondo.
Nelle mani dello scrittore svizzero, Romolo si trasforma in un grande imperatore dalla vista acuta e senza più illusioni deciso a sabotare Roma.
Con ironia e cinismo la condanna ma non la tradisce, in nome di una pace che “durerà poco e verrà dimenticata presto”.
Nello spazio dei tre atti della pièce si passa da un tono buffonesco e canzonatorio ad un vero e proprio monito.
Un invito ad una riflessione finale attraverso una denuncia sarcastica e provocatoria che si sviluppa in un testo dai meccanismi perfetti come un orologio, in cui parola e silenzio si avvicendano con uguale sottile significato.