GARIBALDI A CATANIA: AGOSTO 1862, SCOPPIA L’INSURREZIONE
DI ANTONINO BLANDINI
In questi giorni ricorre il 150° anniversario della venuta a Catania di Giuseppe Garibaldi che, avendo deciso di recarsi in Sicilia con l’intento di preparare la spedizione militare per occupare Roma ancora pontificia, destinata diventare capitale del nuovo regno d’Italia, il 28 giugno sbarcò a Palermo e con 600 volontari cominciò ad avvicinarsi verso il capoluogo etneo. Allorché il generale il 17 agosto giunse trionfalmente a Paternò, le autorità civili e militari di Catania cercarono di contenere l’entusiasmo dei cittadini già in festa per la ricorrenza estiva della Traslazione delle reliquie di S. Agata. I nobili preferirono andare in villeggiatura lontani da occhi indiscreti. La popolazione era in fibrillazione, mentre grossi contingenti di truppe regie, al comando del gen. Antonio Mella, si precipitarono nei pressi di Adrano per cercare di bloccare i Garibaldini che riuscirono lo stesso a raggiungere la strada di Misterbianco. Una delegazione catanese, della quale facevano parte il nobile Gioacchino Paternò Castello di Biscari e il falegname Marcellino Pizzarelli, la sera di lunedì 18, mentre il prefetto e il questore si rifugiarono nella fregata della Regia Marina “Duca di Genova” ancorata al porto, da Catania in mano agli insorti raggiunse Garibaldi a cinque miglia dalla città ove entrarono trionfalmente in corteo, alla luce delle fiaccole, attraverso la Porta Ferdinandea, che da allora si chiamò Garibaldi. Nonostante fosse notte inoltrata, i cittadini si riversarono nelle strade fino ai Quattro Canti, e dal balcone del Circolo degli Operai il generale si rivolse loro con parole che li infiammarono: “E’ tempo che cessi il Papa-re e ritornino Venezia e Roma alla Nazione e all’Evangelo di Cristo” e concludendo gridò “La dimostrazione di questa notte è un suggello alla sentenza ‘o Roma o Morte!’”. La folla applaudì in modo travolgente ripetendo il fatidico grido. Nessuno andò a dormire, tutti attesero l’alba per acclamare il biondo condottiero dei Mille. Garibaldi, visibilmente commosso, s’affacciò e manifestò la sua riconoscenza verso il popolo.
Allorché in mattinata si era sparsa la notizia che il regio esercito di Mella aveva arrestato nei pressi di Paternò un gruppo di garibaldini ed era diretto a Catania per catturare Garibaldi, i catanesi reagirono sdegnati e posero fuori la Porta del Fortino un posto di blocco e un altro ai Quattro Canti, mentre una delegazione municipale, con alcuni deputati, raggiunse Misterbianco per persuadere Mella a non spargere sangue fratricida e a liberare i prigionieri; in cambio i militari governativi rimasti rinchiusi nelle caserme avrebbero potuto lasciare la città, dove venne costituita un’amministrazione provvisoria con un nuovo prefetto e con la formazione di diversi comitati per ospitare ed aiutare i Garibaldini. Il generale nelle sue memorie rievocò la calda accoglienza di Catania così: “Vi trovammo vulcano di patriottismo, uomini, denaro e vettovaglie e vesti per la nuda mia gente”.
I giovanissimi volontari raccolti in città furono 5mila e si pose il problema per parte di loro dell’alloggio. Il generale pensò alla tradizionale ospitalità dei Benedettini e, venerdì 22, bussò alla porta dell’abbazia S. Nicolò la Rena per conferire con l’abate Giuseppe Benedetto Dusmet che, data la vacanza della sede episcopale, rappresentava di fatto la massima autorità ecclesiastica della città. Settanta uomini dello Stato Maggiore dei Garibaldini con il generale, ad esplicita esclusione di fra’ Pantaleo, trovarono una generosa accoglienza, sorprendendo il clero diocesano e l’aristocrazia. Ma la situazione precipitò: le regie truppe avevano ricevuto i rinforzi di 4mila uomini del gen. Ricotti. Garibaldi fece disporre altre barricate nelle strade per proteggere il deposito sistemato in arcivescovado e il monastero divenuto punto d’appoggio della difesa della città, mentre indirizzò un proclama agli Italiani che così terminava: “Viva Vittorio Emanuele II in Campidoglio!”. Dalla cupola di S. Nicolò Garibaldi notò la presenza in porto di due piroscafi postali, uno francese e l’altro della compagnia Florio, e decise di organizzare l’imbarco delle sue truppe per lasciare al più presto Catania e dirigersi verso lo Stretto. La partenza dei Garibaldini, considerati dalle autorità bande di ribelli, suscitò l’ira popolare contro i pilateschi nobili, devastando il loro circolo. All’alba di lunedì 25 entrò in città l’esercito regolare, ma i disordini continuarono. Giovedì 28, Ricotti ordinò lo stato d’assedio e lanciò un proclama con cui annunciava l’applicazione della legge marziale anche ai civili. Il 2 giugno 1883 venne scoperta una lapide dettata da Mario Rapisardi davanti al Circolo Operaio.