I GIOVANI, IL 2 GIUGNO, GLI ITALIANI

Pubblicato il da Carmelo Garofalo

DI LIVIA SATULLO

 

Orgogliosamente italiani. Almeno il 2 giugno lo possiamo dire? Almeno il 2 giugno lo possiamo essere? O proprio il 2 giugno bisogna nascondere con vergogna la nostra italianità? La nostra festa della Repubblica, che dovrebbe rappresentare la festa dell’anno, la festa nazionale per eccellenza, ha, storicamente, i toni bassi di una cerimonia obbligata, imposta dalla legge come festa comandata. Forse perché la data è stata, in effetti, storicamente irrilevante: poco a che vedere coi sentimenti che il 14 luglio smuove nella orgogliosissima Francia, o il primo luglio nei grandi States o  il 9 maggio nella sofferente Russia.

L’Italia non vive il 2 giugno come la propria festa. Camminare il 9 maggio per le strade di Mosca significa sentire, vivere e penetrare, persino da straniera, quell’emozione che dopo quasi settant’anni fa vibrare il cuore di giovani russi che mai hanno visto i dolori della guerra ma i cui nonni su quei campi di battaglia ghiacciati ci sono morti. Il 14 luglio per le strade francesi ogni francese sente la fierezza del suo essere francese, dopo più di due secoli, appartenente a quel popolo che ha “inventato” i diritti. Ritrovarsi il 2 giugno in Italia significa, spesso, fare il primo bagno o la prima scampagnata per i colli e le montagne coccolati dal nostro bel sole che inizia ormai a parlare d’estate.

Cosa sentono gli italiani? Cosa sono gli italiani? Non c’è fierezza nel nostro popolo, non c’è orgoglio, che non vuol dire superbia, che non significa per forza alterigia, ma piuttosto consapevolezza della nostra eredità storica e culturale. Significa conoscere il nostro passato e la nostra storia. Credere in quello che hanno fatto i nostri avi ed in quello che possiamo fare noi. Confidare nelle nostre peculiarità di italiani che sono tante ma che teniamo nascoste. E mostrarle, senza ostentarle. Parlarne, dar loro voce. Esserne portavoce, col nostro esempio da esportare per il mondo.

L’Italia fa parte del G8 ma qual è la sua credibilità internazionale? Il paese della pizza, della pasta, del sole, della mafia e del calcio. E sì, anche della moda e di Berlusconi. Un paese leggero, un popolo fannullone: non si sa altro di noi. “Gli antichi romani non siete voi italiani, quello era un altro popolo, un’altra epoca, un’altra storia”. Come se a Roma ci fossero piombati per caso un migliaio di resti dell’antico impero, come se tutto quello che è passato sulla nostra terra non abbia lasciato nulla e sia volato direttamente verso la Francia rivoluzionaria del ‘700 o la romantica e filosofica Germania. “Perché i greci moderni cosa hanno a che vedere con l’antica Grecia?”. Buone osservazioni: amare, sfrontate alle volte.

Dovremmo imparare a conoscerci, per parlare di noi agli altri. Perché se un francese può tenere banco per ore parlando della Francia della rivoluzione e persino della Francia di oggi, della Francia di Sarko e di quella di Hollande, perché un italiano non deve essere capace di discutere della grandezza della nostra cultura che anche oggi si realizza nell’inventiva di una piccola imprenditoria viva, di un piccolo artigianato erede delle nostre ricchezze, perché non deve poter parlare dell’impegno dei suoi giovani e della bellezza delle sue terre?

Perché tutto scivola e l’Italia scompare dietro grandi che in fondo non sono tanto più grandi di noi, persino dietro ai piccoli, che sono piccoli ma sanno farsi sentire, farsi ascoltare, ed infine apprezzare?

Bisognerebbe risvegliare almeno nei giovani un po’ di orgoglio, persino superbo per cominciare. Tanti italiani, nel mondo, sono esempio vivente della grandezza del nostro popolo ma  vengono considerati delle eccezioni o, lavorando in contesti internazionali, mai apprezzati in quanto italiani.

È triste non essere in grado di raccontare aneddoti sul nostro popolo che rappresentino l’essenza della nostra storia, triste rimanere ad ascoltare mentre altri giovani che di certo non possono in alcun modo sentire dentro sé stessi la nostra stessa eredità storico-culturale, pubblicizzano le loro nazioni ironizzando sulla nostra terra. Un’ironia alle volte piacevole a che approda sovente ad un amaro sarcasmo che ha il retrogusto di ignorante disprezzo.

Forse il 2 giugno, per gli anni a venire, potrebbe rappresentare l’occasione per sensibilizzare il nostro popolo al suo essere italiano, perché è dalla consapevolezza della nostra identità che si deve partire per ricostruire la reputazione della nostra nazione.

 

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