LO SPIRITO DELL’8 MARZO TROTTA VERSO IL GRAN CAMPOSANTO. UN COMMIATO D’ALTRI TEMPI QUELLO DEL PROF. EMANUELE LISI
DI PATRIZIA SALVATORE
Non poteva neanche quest’anno mancare, sebbene con qualche giorno di ritardo, il 10 marzo, l’appuntamento che Emanuele Lisi era solito da decenni rinnovare per celebrare in modo originale la festa della donna. Identico lo stile, ma profondamente diverso il contesto, sin dal luogo in cui quest’anno è stato ricreato lo spirito dell’8 marzo.
Il pensiero va allo scorso anno, quando chi ha fatto capolino nella saletta Cannizzaro, presso la sede centrale dell’Università di Messina, nella tarda mattinata ha assistito a una curiosa ‘scena’. Del tutto ‘nuovo’, infatti, l’uditorio presente in una sede universitaria, che normalmente accoglie giovani dai 18 ai 25 anni circa. C’erano in prima fila, insieme a mamme ‘in attesa’, bambini e bambine della scuola dell’infanzia con la maestra. La cattedra, solitamente spoglia, quella volta, invece, era riccamente addobbata e soprattutto resa vivace, non a caso, dal colore giallo della tradizionale mimosa, dall’arancio acceso dei tulipani e dal bianco di eleganti orchidee simbolicamente sfumato di rosa. Il clou dell’incontro nella sede universitaria era stato toccato quando, inaspettatamente chiamata, dietro la cattedra, stava in piedi, su una sedia, in mezzo ai due accademici relatori (Paola Radici Colace ed Emanuele Lisi), una graziosa bimba di sei anni. Gioiosa quanto comprensibilmente curiosamente pensosa la sua espressione nel ‘riceversi’ la laurea honoris causa, quale riconoscimento ‘sul campo’ del suo prezioso contributo dato ai lavori dell’avvio del laboratorioseminario su «“La questione femminile nel III millennio”. Quale donna?». A conferirle, si fa per dire, il prestigioso titolo per il ruolo, svolto con ammirevole semplicità, di maestra di varia umanità, era Emanuele Lisi. Già titolare di Pedagogia generale e direttore dell’Istituto di Filosofia della Facoltà di Lettere, Filosofia e Lingue dell’Ateneo messinese, si dichiarava socraticamente “umile allievo” della bimba ‘maestra’, invitando gli altri adulti a ri-conoscersi anch’essi come tali.
«Per essere autenticamente maestri bisogna permanentemente, appunto, riconoscersi allievi dei propri allievi soprattutto quando questi sono bambini, neonati e/o addirittura concepiti, chiamati alla vita e, quindi appena nascituri. Da qui l’esigenza di una “Università degli studi di varia umanità”, che, in maniera efficace, possa promuovere, sin dal concepimento, la individualità/personalità degli ‘allievi/maestri’, che sono una vera e propria ‘promessa’, l’unica speranza di un avvenire migliore, di una autonoma ‘rinascita’, di un auspicato ri-sorgimento delle più autentiche ‘energie interiori’ di cui ogni ‘nato da donna’, anche il più handicappato, è naturalmente dotato».
Mancano le sue parole che ora sembrano risuonare ancora più forti. E sembra ancora sentirlo appassionarsi nel parlare fiduciosamente della donna quale prima inter pares, che può, se autenticamente vuole, progressivamente vedere riconosciuta la sua centralità insostituibile. Il che richiede che criticamente e creativamente ella ri-prenda la propria identità potenziale originaria, in maniera dialettica, vivendola e testimoniandola contro e al di là dell’ottuso femminismo e maschilismo, che, serpeggiando ancora oggi sotto le mutevoli altalenanti, mascherate spoglie, rivela comportamenti unilaterali di vera e propria chiusura. Comportamenti frutto di un atteggiamento negativo perché fondato su una concezione oppositiva ed escludente rispetto all’alterità, e, comunque, alla “diversità” che, sempre arricchente, è certamente alla base, alla radice della dialettica, appunto, della stessa “identità creativa integralmente umana”. Questo lo spirito dell’8 marzo che Lisi è sempre riuscito creativamente ad incarnare nelle sue manifestazioni. Ma quest’anno non ha potuto, pur avendolo già progettato, darvi voce verbale. Hanno parlato i gesti, invece. Quelli che i suoi familiari hanno voluto riproporre, ritenendo di interpretare i suoi desideri.
Perché Emanuele Lisi, passato a miglior vita il 9 marzo scorso, anche quest’anno, in tutt’altra condizione, da originale regista delle sue iniziative quale era, ha continuato mirabilmente a girare il suo film.
Protagonista, stavolta della sua dipartita, sempre una donna: “Madre Morte”, come in maniera più appropriata amava chiamarla, riformulando la francescana espressione ‘sorella’: «chi ama la vita profondamente non può non amare la morte, che ad una nuova più compiuta vita dà i natali». Madre innanzitutto, appunto, da abbracciare con gratitudine. A tal punto di ciò concretamente convinto, da attraversare gioiosamente-soffertamente il calvario della malattia: desideroso di guarire ma pronto a morire, se volere di Dio. Dies mortalis dies natalis.
Il luogo: la chiesa di San Giuliano, scelta per i suoi funerali poiché è lì che da vulcanico galvanizzatore sin da ragazzo ha cominciato nell’Azione Cattolica la sua attività promozionale sul piano educativo, creando l’atmosfera culturale in cui anche il coro di Eugenio Arena si è potuto formare.
Colonna sonora quella dell’organo, dello struggente violino di Nicolò Pezzimenti e dell’accorata chitarra di Adolfo Crisafulli ad accompagnare le voci di Alessandra Foti e di Roberta Marchese, commosse nell’intonare, fra l’altro, significativamente, l’Ave Maria e il Cantico di Frate Sole.
Scenografia: di un giallo acceso le mimose che spiccavano fra le rose scarlatte poste sul semplice feretro. Neanche la carrozza d’epoca con due maestosi cavalli neri, da decenni generosamente messagli a disposizione dalla famiglia Molonia per le sue iniziative, si è fatto mancare, per essere accompagnato al trotto al Gran Camposanto dove potersi ricongiungere con l’amatissima madre, sulla cui lapide è posta una scultura che ricorda anche il suo generoso stile di vita: un pellicano che si dona ai propri cuccioli nutrendoli del suo stesso sangue. E tutti coloro che lo hanno amato lo hanno potuto conoscere proprio così: incondizionatamente e disinteressatamente disponibile a dare tutto se stesso per amore di giustizia, anche nei confronti di coloro il cui comportamento non onesto ha coraggiosamente combattuto. L’atmosfera che si respirava - è stato commentato - era certamente la stessa da lui desiderata: quella che lui avrebbe definito di “gioia sofferta” o “sofferenza gioiosa”, a seconda di dove si pone l’accento.
Ancora una volta Emanuele Lisi, in questo commiato d‘altri tempi, ha saputo fondere armoniosamente l’innovazione originale con la migliore tradizione, nella convinzione che il passato criticamente attraversato ed assunto nelle sue dinamiche potenzialità è alla base di un futuro storicamente più significativo ed umanamente emergente verso l’avvenire.
Nel visionare tutte le scene ‘filmate’, da quelle rievocate dello scorso anno a queste più recenti, commoventi per la dolorosa scomparsa, ebbene, lo ‘spettatore’ si sorprende solo se non ha già avuto l’occasione di partecipare alle tante precedenti iniziative culturali-artistiche che da oltre cinquant’anni Emanuele Lisi era solito intraprendere e svolgere nel Territorio dello Stretto nel contesto di un “Progetto di varia umanità per una educazione permanente alla pace”, ovvero per una cultura della vita al servizio dell’Uomo. Ed è in questo contesto che si colloca l’1 novembre 2011 la tanto agognata istituzione dell’“Università degli Sudi di varia umanità”, così definita dallo stesso fondatore per la varietà anagrafica, sociale, culturale, professionale dei suoi soggetti, in cui si esprime e sintetizza l’ambizioso progetto di riconoscere quali protagonisti proprio i bambini. Innanzitutto i concepitinasciturineonati, i fruitori-creatori più congeniali allo spirito ed alla realizzazione del progetto di educazione permanente alla costruzione di un ‘mondo migliore’, di un avvenire di pace secondo giustizia e verità perseguito nella libertà.
Come era solito chiarire è, infatti il «grembo “materno-paterno-filiale” il fondamento ed il centro del laboratorioseminario di vita finita-transfinita, umano/divina: in esso le radici dell’incontro ‘creativo-collaborativo’ tra piano umano e piano divino, fra storia e metastoria. I genitori danno l’apparire psico-fisico, preziosissimo per esserci nel mondo; l’Essere, Dio-Amore, che è MadrePadre, dona l’essere spirituale che caratterizza l’identità umana nella sua dimensione transfinita». Ora il testimone passa ai suoi allievi-collaboratori di volontà buona che vorranno e sapranno proseguire la sua magistrale opera. Non sarà per nulla facile emularlo, ma i semi fertili non sono di certo mancati.