PUGLISI ILLUSTRA LA SETTIMANA UNESCO DI EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE
DI MATTEO CHIAVARONE
Si è svolta, presso il chiostro della facoltà di Ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma, a pochi passi da quel gioiello d’arte che è San Pietro in Vincoli, la presentazione della “Settimana UNESCO di Educazione allo Sviluppo Sostenibile”.
Dopo il saluto di Luigi Frati, rettore dell’ateneo, e l’assenza, giustificata, del Presidente della Provincia di Roma Luca Zingaretti, a dare il via ai lavori – circa cinquecento le iniziative in programma – è stato il prof. Giovanni Puglisi, Presidente della commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.
Il suo intervento si è soffermato sulle peculiarità dell’iniziativa e sull’importanza di una presa di coscienza sulla “questione ambientale” da parte della società civile e delle istituzioni.
Educare allo sviluppo sostenibile vuol dire “diffondere competenze, sensibilità, conoscenze, e, soprattutto, capacità di costruire una società nuova senza compromettere quello che abbiamo intorno a noi”. Vuol dire sviluppare “nuovi modi di interpretare e vivere gli spazi collettivi, che riescano a soddisfare le esigenze di spostamento e di fruizione delle società contemporanee senza compromettere la vivibilità, la salute e le risorse vitali per l’umanità”. Tema fondamentale è infatti la “mobilità”, imprescindibile per come si è venuta a strutturare la nostra quotidianità: senza di essa non si può pensare di capire il mondo di oggi, il nostro tempo: “la mobilità è esserci o meglio, riprendendo Heidegger, esserci nel mondo”.
Dobbiamo educare le nostre coscienze comprendendo le regole minime per “vivere da vicino” il problema e per cogliere la “valenza globale delle nostre azioni quotidiane”.
In Italia abbiamo, oltre ad un inestimabile patrimonio culturale, un altrettanto valido patrimonio ambientale, una ricchezza “materiale” ma anche una ricchezza “immateriale”. Tutta questa ricchezza va salvaguardata, “amata”, protetta. Sviluppo sostenibile, diminuzione dell’inquinamento, energie rinnovabili, creazione di piste ciclo-pedonali, sicurezza, alimentazione a “chilometro zero dovrebbero essere la spinta per un futuro migliore, collettivo.
Organizzare una migliore, ed efficiente, gestione della mobilità permetterebbe un ottimo passo in avanti. Senza dimenticare che anche il turismo, vera fonte di ricchezza per il nostro paese, ne beneficerebbe non solo per il presente ma anche per un futuro che si presenta, per le generazioni che seguiranno, ancora più complesso e “globale”.
Non sono più accettabili gli errori del passato: il flop di Malpensa, che ha dimostrato la cecità dei nostri governanti che pensavano di poter agglomerare in un solo aeroporto tutto il traffico aereo italiano, o l’emergenza dei rifiuti a Napoli: “attenzione perché il ’68 non è iniziato a Maggio ma due mesi prima, a febbraio. Dopo la città partenopea potrebbe essere l’ora della Calabria o della Sicilia”.
La “tragedia” della città del Maschio Angioino a cui stiamo assistendo è l’occasione per parlare del Sud che “non va lasciato solo” perché i problemi meridionali sono da considerarsi nazionali.
Ci troviamo in vero e proprio “mid term” del decennio dedicato (2005-2014), da parte dell’UNESCO, all’educazione allo Sviluppo sostenibile (anche per questo motivo è importante questa settimana di studi) ma non bisogna dimenticare quello che si è fatto prima. I dieci anni precedenti in cui si è lavorato per l’educazione alla pace hanno fatto moltissimo ma c’è ancora molta strada da fare.
Non può esserci sviluppo sostenibile senza solidarietà sociale, senza il riequilibrio delle risorse, senza la fine dell’industria delle armi (“se si continua a produrle è impossibile pensare che non vengano usate”).
Quello che può sembrare un obiettivo difficilmente raggiungibile o addirittura utopistico è in realtà qualcosa su cui bisogna lavorare sin da subito: tutti, nessuno escluso.
La fitta rete di appuntamenti (convegni, incontri, mostre) su tutto il territorio nazionale – grazie anche all’impegno di molti enti, associazioni ed istituzioni – è pensata infatti per “raggiungere” più livelli di “partecipazione”: bambini, giovani e adulti per comprendere, insieme, la “cultura della sostenibilità”.
Questo impegno non deve avere un carattere episodico ma deve porsi come un percorso educativo ad ampio raggio e di lunga durata. Un percorso difficile da intraprendere e proprio per questo da affrontare insieme, dimostrando finalmente quell’intelligenza che caratterizza l’essere umano e che troppo spesso si è dimenticato di possedere.